Se finora eravate riusciti ad evitare di pagare questa assurda gabella, da domani toccherà anche a voi versare l'obolo nelle casse di mamma Rai, la più disastrata delle aziende pubbliche italiane, ormai da anni in caduta libera per audience e qualità dei programmi. Tralasciando l'assurdità di dover pagare per un servizio che non si utilizza, ma solo sulla base della disponibilità di un apparecchio atto alla ricezione di programmi televisivi (che, qualcuno avrà notato, ormai contemplano una lunga serie di piattaforme alternative), oggi il governo sposta lo scandalo un pochino più in alto, facendovi pagare denaro a una società di diritto privato sulla base del fatto che a casa vostra c'è la corrente elettrica.
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mercoledì 23 dicembre 2015
lunedì 28 ottobre 2013
L'ossessione delle privatizzazioni del Paperone Saccomanni
Il ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, è un amante delle esternazioni. Personaggio che ha sempre lavorato nell'ombra per conto di precisissimi poteri forti, ora che è parte del governo dell'ammucchiata generale non si contiene e parla. Oltre al suo mantra preferito della "ripresa dietro l'angolo", puntualmente smentito da tutti i dati statistici ufficiali, c'è quello delle privatizzazioni. Già lo scorso luglio aveva provocato un mezzo maremoto dichiarando a Bloomberg che si sarebbero svendute Eni, Enel e Finmeccanica per fare un po' di cassa. Subissato di insulti per aver detto una cosa che non era stata discussa con nessuno all'interno della ridicola maggioranza che sostiene anche lui, ha fatto passare qualche mese e ci è tornato. Stavolta niente testate gradite alla business community, ma il salotto del milionario Fabio Fazio, dove ancora una volta ha ripetuto il suo concetto da ragioniere: vendere le aziende di Stato per ridurre il debito, infilandoci pure la Rai.
Saccomanni è un giovane virgulto di 71 anni (il ministro delle Finanze svedese, considerato il miglior d'Europa, ne ha 45) e sembra il perfetto identikit di chi si schiera dalla parte dei soldi. Laureato alla Bocconi, ha lavorato come rappresentante della Banca d'Italia presso il Fondo Monetario Internazionale, la Banca centrale europea, la Banca dei Regolamenti Internazionali e l'Unione Europea, ovvero tutti i principali grassatori del cittadino medio. Un paperone di Stato che da direttore della banca centrale guadagnava oltre 830 mila euro l'anno e che quando ha dovuto mettere on line la propria dichiarazione dei redditi ha fatto l'indiano, senza includere quelli derivanti dalla pensione di cui già gode. Tanto per fare un esempio, il più grande banchiere del mondo, il presidente della Fed (la banca centrale degli Stati Uniti) Ben Bernanke ha uno stipendio di meno di 200 mila dollari l'anno.
Ecco, l'emblema dell'Italia che mangia a sbafo sulla pelle degli altri, cumulando stipendi senza alcuna giustificazione, ci dice che dobbiamo svendere i gioielli di famiglia per colmare il buco che quelli come lui hanno scavato nel corso degli anni (è entrato in Banca d'Italia nel 1967 e tralasciamo che cosa è stata la Banca d'Italia in questi ultimi cinquant'anni). Parlare di privatizzazioni qui da noi significa intraprendere un cammino ben preciso: regalare le aziende ai privati, assistere impotenti a una progressiva perdita di posti di lavoro e competitività e poi spendere un sacco di soldi per ricomprarle prima che falliscano del tutto (vedi Telecom e Alitalia).
Chi non si pone il problema di che fine faranno Eni, Enel, Finmeccanica e la stessa Rai è in malafede o è stupido. Saccomanni non è stupido, purtroppo.
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martedì 15 ottobre 2013
Fazio non può dire quanto guadagna: paura che lo aspettino sotto casa?
Peccato che a metterlo in mutande sia stato Renato Brunetta, che certo non è il pulpito migliore dal quale pronunciare certe prediche. Ma era ora che qualcuno accendesse un riflettore sugli scandalosi compensi di Fabio Fazio, il presentatore tappetino che si metterà in tasca 5 milioni e 400 mila euro nei prossimi tre anni per un programma che, tralasciando giudizi di merito sullo squallore, non è prodotto dalla Rai, ma dalla Endemol.
Di fronte al rissoso Brunetta, Fazio si è risentito sparandone una veramente grossa: "Sono orgogliosissimo dei soldi che prendo perché io faccio guadagnare la mia azienda, così come sono orgogliosissimo di
restituire il 50% al fisco e di non avere alcuna denuncia per frode
fiscale". Poi, forse resosi conto della sciocchezza, ha peggiorato la situazione: "Io non posso dire quanto guadagno. L'azienda mi vincola alla riservatezza. Non vado contro la mia azienda".
La Rai non è un'azienda privata (anche perché se lo fosse col cavolo che gli darebbe tutti questi soldi), anche se risponde alle regole di una società per azioni e in base a diversi pareri della Corte di Cassazione avrebbe il dovere o comunque la possibilità di rendere pubbliche e motivare le proprie spese, anche perché le perdite - che nel 2012 sono state la bellezza di oltre 245 milioni di euro - vengono ripianate dalla tasse. Quindi il milione e ottocentomila euro lordi l'anno, che poi diventano 900 mila netti, pari a circa 80 mila euro al mese (!), sempre netti, che percepisce uno come Fazio che non sa fare nulla, non è nessuno e deve la sua fortuna solo al modo mellifluo con cui tratta i potenti (che intervista anche senza essere un giornalista), li paghiamo tutti, con il canone e con la fiscalità generale.
Vedere le cifre servirebbe a capire anche se è vero che uno come Fazio raccoglie più di quello che costa, perché un conto è dirlo, un conto è vederlo, senza contare che da 11 anni occupa manu militari la prima serata di sabato e domenica, alternando politici rassicuranti a personaggi dello spettacolo e dello sport.
Non esattamente una roba da avanguardia.
Poi viene fuori che per avere un comico di seconda scelta come Maurizio Crozza, la Rai sarebbe stata pronta a spendere 25 milioni di euro, dei quali cinque netti sarebbero andati proprio a lui, un tipo talmente poco professionista che l'anno scorso sono bastati due fischi sul palco di Sanremo per mandarlo in tilt. Per non parlare di Roberto Benigni, che nel biennio 2012/2013 si è messo in saccoccia la bellezza di 5,8 milioni con qualche comparsata e qualche letale lettura di Divina Commedia, o di tutta la pletora di giornalisti di centrodestra che hanno provato a fare i Santoro con risultati ridicoli.
Già fanno ridere poco. La prossima volta che li vedete in televisione fare una battuta sui disoccupati, gli immigrati e i pensionati ricordatevi del loro conto corrente.
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