Un governo di vecchi non poteva che partorire ricette con ingredienti scaduti. E' il caso della nuova trovata delle privatizzazioni, che l'ultrasettantenne Fabrizio Saccomanni è finalmente riuscito a mettere nel piatto delle leggi dell'esecutivo di cui fa parte. L'omino dei conti era ossessionato da tempo da questo mantra, molto gettonato negli anni ottanta e novanta, e - ovviamente - fallito, da noi come in tanti altri paesi (chiedete a un britannico che ne pensa della privatizzazione delle ferrovie). Prima di lui, a fare carne di porco, ci aveva pensato l'attuale presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, responsabile della più grande svendita di Stato del nostro paese.
Tra il 1993 e i primi mesi del 2001 in Italia sono state effettuate
cessioni al mercato di quote di aziende pubbliche per circa 234.800
miliardi di lire, riguardanti importanti aziende di
proprietà del Ministero del Tesoro (Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni,
Enel, Mediocredito Centrale, Bnl), dell’Iri (Finmeccanica,
Aeroporti di Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, Ilva, Stet),
dell’Eni (Enichem, Saipem, Nuovo Pignone), dell’Efim, degli altri
enti a controllo pubblico (Istituto Bancario S. Paolo di Torino e
Banca Monte dei Paschi di Siena) e degli enti pubblici locali (Acea, Aem, Amga). Una pacchia per i futuri datori di lavoro di Draghi, la Goldman Sachs.